CHI VUOLE MANDARE IN FUMO LE SIGARETTE ELETTRONICHE

Continua la saga delle sigarette elettroniche, che sembrano ormai diventate un’arma di distrazione di massa dai problemi del Paese e dalle regalie dei vari Milleproroghe. L’ultimo atto lo ha scritto AAMS (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli).

Oggi un cavo USB qualsiasi su Amazon costa € 7,49. Prezzo simile per un pacchetto con 4 batterie ricaricabili: €11,99. Qualche soldo in più invece bisogna spendere per un’elegante custodia in pelle fatta a mano: € 13,85. Prezzi adeguati.

AUMENTI IN VISTA

C’è però un errore. Dato che questi oggetti possono essere liberamente usati per – rispettivamente – ricaricare, far funzionare e custodire una sigaretta elettronica, il loro prezzo dovrà essere rispettivamente di € 17,97 per il cavo di ricarica, di € 28,77 per la batterie, e addirittura € 33,24 per la bella custodia.

E ciò perché dovrà essere applicata l’imposta di consumo sulle sigarette elettroniche stabilita dalla Legge 76 del 2013approvata lo scorso agosto, il cui art. 22 afferma: “1. A decorrere dal 1° gennaio 2014 i prodotti contenenti nicotina o altre sostanze idonei a sostituire il consumo dei tabacchi lavorati nonché i dispostivi meccanici ed elettronici, comprese le parti di ricambio, che ne consentono il consumo, sono assoggettati ad imposta di consumo nella misura pari al 58,5 per cento del prezzo di vendita al pubblico” (con un impatto reale di circa il 140% sul prezzo).

LE TASSE

Come un cavo USB o una custodia di pelle possano “consentire il consumo” è un mistero, dicono gli addetti ai lavori. Ma evidente non per l’AAMS (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) che, curiosamente, in una serie di risposte a dubbi provenienti da aziende e rivenditori,ha spiegato chiaramente che “[Le parti di ricambio] sono assoggettate ad imposta, comprese le batterie, le custodie dei dispositivi, il carica-batteria, ecc.. L’imposta è commisurata al prezzo di vendita al pubblico di tali materiali, se forniti separatamente ai punti di vendita. In tal caso detti materiali devono essere iscritti nella tariffa di vendita” (risposta numero 6).

In sintesi, se un negoziante dovesse vendere la bella custodia di pelle di cui sopra con la targhetta “per penna” non pagherebbe l’imposta. Anzi, no. Secondo AAMS dipende chi la vende. Ma lo dice senza considerare che non esiste una categoria di “negozi per sigarette elettroniche”, che infatti sono vendute un po’ ovunque, sulle bancarelle come anche pressi grandi rivenditori (domanda: perché il MEF e la Salute non sono intervenuti su questo tema regolamentando il settore e la vendita?).

VERBALI IN VISTA?

Sarà interessante di conseguenza vedere cosa accadrà quando la Guardia di Finanza entrerà in alcuni negozi per trovarsi di fronte a disquisizioni sul tema se quel cavo USB serva per una e-cig o per un telefono, o quando alla Nokia ed alla Samsung, o a MediaWorld e Amazon – per fare degli esempi, essendo dei produttori e/o rivenditori – arriveranno i verbali di violazione delle norme. Anche perché sarà inevitabile che produttori e rivenditori di e-cig si trasformino in commercianti del settore elettronico tout court, vendendo magari anche telefonini. E, a proposito del telefonino, persino quello potrebbe trovarsi con un’imposta del 58,5% del prezzo se usato come sigaretta elettronica. In che senso? Basta utilizzarlo così.

IL GIROTONDO

Divertente (o surreale, dipende dai punti di vista) anche la risposta numero 12: “Per evidenti ragioni di tutela dell’interesse erariale, la restituzione dai punti di vendita ai depositi di prodotti, quale che sia il motivo della restituzione, deve essere preventivamente autorizzato dall’Agenzia su richiesta da parte del deposito”. Quindi se un cliente riporta un cavo USB perché malfunzionante, secondo AAMS queste deve essere rinviato dal negozio al deposito fiscale. Ma prima che il deposito possa inviarne un altro al negozio, deve chiedere autorizzazione ad AAMS e solo dopo può riceverlo dal negozio e inviarne un altro in sostituzione!

Se non fosse che oltre 100 aziende non hanno potuto aprire la serranda il 2 gennaio, e che circa 1.000 persone rischiano il posto subito e altre 5.000 nel giro di due mesi, tutta questa storia sarebbe estremamente divertente. Del resto, come diceva Benjamin Franklin, “Al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse”. Un detto che si adatta perfettamente alla situazione, visto che alla sicurezza della tassa si aggiunge la sicura morte delle aziende e dei negozi. E in questo non c’è nulla di divertente.

E pensare che proprio oggi il Financial Times scrive: “[…] con l’arrivo del 2014, gli alti funzionari di governo in molti Stati come buon proposito per l’anno nuovo potrebbero prendere in considerazione l’idea di valutare le prove dei rischi per la salute in maniera più freddamente scientifica di quanto attualmente non facciano. […]. La rapida crescita di popolarità delle e-sigarette fornisce un altro esempio recente della necessità della scienza di guidare la regolamentazione. Le prove suggeriscono che “svapare” è un’ottima soluzione per arrestare il fumo e quindi affrontare la catastrofica epidemia di malattie legate al tabacco. Anche così, molti enti regolatori stanno vietando le sigarette elettroniche, oppure le gravano di così tante restrizioni che difficilmente potranno essere utilizzate nella quantità necessaria per ridurre in modo significativo il numero dei fumatori. […] Una soluzione più scientifica sarebbe quella di regolamentare le e-cig in modo da garantire il controllo della qualità e monitorare i loro effetti sulla salute, consentendo però ai produttori di competere con il tabacco per prezzo e disponibilità”.

Fernando Pineda